Sanità, fisco, guerra. Quattro giorni di tegole in testa a Obama

Il leader democratico del Senato, Harry Reid, ha detto che si lavorerà a oltranza, senza badare a fine settimana e feste comandate, per infilare più decreti possibili prima dell’insediamento del nuovo Congresso, che avrà un ramo a maggioranza repubblicana. Al presidente, Barack Obama, il fiero attivismo dei lawmakers democratici in zona cesarini non può che far piacere, ma la settimana che si è materializzata attorno a lui è una specie di incubo.
12 AGO 20
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Ieri mattina Obama ha aperto la lunga giornata a Capitol Hill con un appello molto accorato alle parti perché venisse approvato in fretta il decreto sui tagli fiscali, una manovra da 858 miliardi di dollari, che non prevede eccezioni – inizialmente molto caldeggiate dal presidente – per chi guadagna più di 200 mila dollari l’anno (250 mila per i nuclei famigliari). “Sono assolutamente convinto – ha detto Obama – che questo piano fiscale, sebbene imperfetto, aiuterà la crescita della nostra economia e creerà nuovi posti di lavoro nel settore privato. Aiuterà le famiglie della middle class a risollevarsi e nessuno dovrà preoccuparsi di un aumento della pressione fiscale a capodanno”. L’invito di Obama ricalca un accordo già controfirmato dalla parti – 83 senatori avevano dichiarato intenzione di voto favorevole ma sono stati 81 ieri a far passare la manovra – e che il Senato ha approvato dopo una serie di scrutinii negativi su emendamenti più “estremi”, come quello di rendere i tagli fiscali una norma permanente; ma per Obama il testo passato al Senato e che sarà discusso già oggi alla Camera è una versione doppiamente annacquata dei propositi iniziali, un compromesso su un compromesso. Inizialmente, il partito democratico – e specialmente l’anima liberal – voleva mettersi sulla strada oltranzista del blocco dei tagli fiscali; in estate Obama ha “teso la mano” ai repubblicani proponendo di escludere dal privilegio fiscale i più ricchi, mossa indicata persino dall’ex capo dell’ufficio budget della Casa Bianca, Peter Orszag, come depressiva.
Con l’avvicinarsi delle elezioni di midterm Obama ha dovuto mostrarsi via via più docile alle richieste dei conservatori e quando gli uomini del Gop si sono presentati alla testa di John Boehner davanti alla fortezza democratica con torce e forconi, Obama ha dovuto abbassare il ponte levatoio, cercando di travestire la cocente sconfitta politica in un provvedimento di unità nazionale. Il voto del Senato ha sancito la ritirata strategica della politica fiscale obamiana, che ha ripiegato sulle richieste degli avversari nel timore che il Gop potesse bloccare anche questa concessione una volta insediato a Capitol Hill. Il passaggio al Senato dei tagli fiscali di Bush non è soltanto figlio dei tempi stretti e del timore strategico dei democratici, ma riproduce in scala tutti i paradossi che il presidente sta vivendo nella sua settimana politicamente maledetta: Obama ha aperto una voragine fra sé e la corrente liberal, dissenso non nuovo e che tenderà ad assumere importanza con il nuovo Congresso, dove molti democratici hanno conservato la poltrona in distretti di comprovata fedeltà liberal: la sconfitta dei democratici al midterm ha spostato l’equilibrio del partito a sinistra e il segnale che una cinquantina di deputati ha mandato ai leader democratici la settimana scorsa è fonte di preoccupazione per la Casa Bianca. Una falange di parlamentari non solo liberal, capitanati da Peter Welch del Vermont, ha scritto una lettera di protesta sull’accordo passato ieri con i voti di entrambi i partiti: rivnnovare i tagli fiscali così come li ha concepiti Bush è “irresponsabile” e “ingiusto”, scrivono i democratici dissenzienti, che certo ieri non si sono rallegrati quando Obama ha tentato di mettere il cappello sul provvedimento. L’accordo fatto con i repubblicani prevede l’estensione della protezione sociale per i disoccupati e apre alcuni punti di dialogo bipartisan sui provvedimenti che passeranno al vaglio del Congresso la prossima settimana, ma la mediazione obamiana fallisce – dal punto di vista democratico – quando si tratta di approvare una riforma comprensiva delle imposte sugli immobili, vecchio pallino dei liberal. A conti fatti, la ritirata strategica di ieri è il segno di un’Amministrazione che affannosamente ripiega quando dovrebbe tentare le ultime, audaci stoccate.

Lunedì scorso il giudice Henry Hudson ha dichiarato che l’obbligo per tutti i cittadini di avere un’assicurazione medica è incostituzionale. Giuridicamente non si tratta di una sorpresa e comunque rimane un’eccezione: gli altri due giudici della corte chiamata ad esprimersi hanno dichiarato che la riforma sanitaria di Obama non contraddice né lo spirito né la lettera dei padri fondatori, e lo stesso hanno fatto altre corti a livello statale e municipale; ma l’obiezione di Hudson è vento nelle vele per quella parte – minoritaria e rumorosa – del partito repubblicano che vorrebbe mettere in ceppi la riforma sanitaria non appena la nuova maggioranza avrà preso possesso del Congresso e lì giustiziarla, con la benedizione della Costituzione, che nega allo stato il potere di mettere obblighi così invadenti. L’ipotesi più credibile è che, opportunamente spinta, la costituzionalità della riforma sanitaria finisca al vaglio della Corte suprema, dove i giudici di area conservatrice hanno la maggioranza.
A completare uno scenario declinante per Obama c’è il documento sullo stato della presenza militare in Afghanistan, che oggi il presidente presenta alla Casa Bianca assieme al segretario della Difesa, Bob Gate e al segretario di stato, Hillary Clinton. Il report parla di miglioramenti lievi della situazione sul campo, passi utili per fare sfoggio di ottimismo e rimboccarsi le maniche, ma materia assai debole per proclamare quei ritiri di truppe che l’elettorato democratico vorrebbe sentire. E, secondo il New York Times, il Nationl Intelligence Estimate, il documento che sintetizza le osservazioni dell’inteligence, è se possibile anche più cauto: le possibilità di vittoria sono limitate e dipendono dalla decisione che il Pakistan metterà nello smantellare i rifugi dei talebani; impegno su cui è rischioso scommettere.